Personal Shopper (Olivier Assayas, 2016)

Voto: 7 e mezzo.

Kristen Stewart è una medium, e va a casa del gemello morto perché, prima della sua dipartita,
le aveva detto che si sarebbe rifatto vivo dall’oltretomba. Nella casa, Kristen vede un fantasma, ma non è sicura che sia il fratello, anche perché sembra una femmina. Inoltre, il fantasma inizia a scriverle dei messaggini da stalker, e questo la insospettisce ulteriormente.

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Il film mette in relazione spiritismo e information technology, entrambi strumenti nati per facilitare la comunicazione — il primo con i morti, la seconda con i vivi — ma che in realtà alienano la protagonista dalla vita concreta. Kristen sta sempre al telefonino o su Skype, e quando non sta al cellulare vede i fantasmi. Il resto del tempo lo dedica a fare la personal shopper. Il lavoro consiste nell’andare in giro per negozi a comprare vestiti destinati ad una tizia che non ha tempo per andarci da sola. Un altro impiego da intermediario (medium), che allontana ulteriormente la protagonista dal ruolo stesso di protagonista, inteso come eroe attivo della storia.

Kristen prova ad evadere dal suo stato gregario indossando, di nascosto, la divisa dell’eroe, ovvero i vestiti da fica destinati alla sua datrice di lavoro. Ma la vera trasformazione di Kristen da medium a soggetto agente (eroe) avviene soltanto dopo lo scontro frontale con la concretezza (SPOILER: un omicidio; un assassino in carne ed ossa). Il contatto con la realtà aiuta Kristen ad allontanarsi dalla tecnologia — finisce in una casa nel deserto dell’Oman — e, contemporaneamente, a liberarsi dai fantasmi (o forse no, vedi paragrafo sotto: IL FINALE).

Un thriller psicologico à la Dario Argento, fatto di indizi, tensione, e tollerabile prevedibilità, da vedere per capire che non basta vestirsi da Batman per essere Batman, ma senz’altro un vestito in cui ti si vedono le tette ti può trasformare da hipster in fica*.

IL FINALE. Il finale è criptico, e necessita di un’interpretazione. La nostra interpretazione parte da una scena chiave, riassunta sotto (SPOILER, ovviamente).

La scena chiave. Kristen si incontra in una stanza di hotel con l’assassino della sua datrice di lavoro. Lei non sa ancora se l’assassino è un fantasma o una persona vera (noi lo sappiamo già perché siamo più vispi). Lo spettatore non assiste all’incontro, ma ne vede soltanto il seguito: prima, la porta dell’albergo che si apre da sola, come se uscisse un fantasma; poi, l’assassino che esce dall’albergo e viene catturato dalla polizia.

A partire da questa scena si possono dedurre due interpretazioni possibili, ma entrambe incomplete, della storia:

1. Interpretazione Letterale. L’assassino ha ammazzato anche Kristen. Kristen è diventata un fantasma ed è uscita dalla porta prima dell’assassino. Questa ipotesi sarebbe confermata dall’ultima scena, in cui Kristen vede i fantasmi, ma poi si chiede: “Is it just me?”, ovvero: “Sono io il fantasma?” Questa spiegazione non giustifica però la presenza dei carabinieri che catturano l’assassino all’uscita dell’hotel. Chi li ha chiamati? Come sapevano che l’assassino era lì?

2. Interpretazione Allegorica. L’assassino non ha ammazzato Kristen, ma c’ha chiacchierato soltanto. Kristen è andata via dall’albergo incolume e ha chiamato i carabinieri, che hanno catturato l’assassino. Il fantasma che è uscito dalla porta dell’hotel è l’uscita di scena dell’idea del fantasma assassino: Kristen adesso sa che l’assassino è reale, e il fantasma esce dal film. Così, nell’ultima scena, con l’interrogativo: “Is it just me?”, Kristen si chiede: “Sono io che mi immagino tutti questi spiriti?”
Questa spiegazione però non ci dice di cosa l’assassino e Kristen abbiano parlato, né perché lui l’abbia coinvolta in tutta la faccenda.

*Dipende anche dalle tette.

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