House of Cards, V Stagione (Beau Willimon, 2017)

Voto: 6+.

Siamo finalmente arrivati alle elezioni presidenziali, e Kevin Spacey come al solito ammazza la gente pur di battere il suo avversario, un repubblicano atletico anche lui con moglie di bella presenza ma più giovane della sua. (SPOILER) Ovviamente Kevin vince, sfruttando l’ennesimo cavillo della costituzione americana (e ammazzando la gente). Poi però capisce che il potere vero non ce l’ha il presidente ma i massoni, e quindi diventa massone.

La quarta stagione (qui) si era conclusa con Kevin Spacey e consorte che, in riferimento all’ISIS, guardavano in camera e dicevano: We don’t submit to terror, we MAKE the terror! Al di là dell’apprezzabile rielaborazione della celebre frase di Breaking Bad (I am not in danger, Skyler, I AM the danger!, video sotto), questa cosa ci era piaciuta perché innalzava i nostri beniamini ad un livello ulteriore di cattiveria, i.e., sfruttare la paura del terrorismo per farsi votare. In questa stagione però la faccenda del terrorismo non la sfruttano tantissimo — tipo mettendo delle bombe loro, come sarebbe ragionevole — e fanno cose che sono o troppo legali, e quindi pallose, oppure che comportano l’uso di hacker, e quindi pallose. Per fortuna gli ultimi due episodi vedono Robin Wright, la first lady, dietro la cinepresa. Con un colpo di mano, la Wright regista promuove il proprio personaggio a protagonista della serie, e fanculo a Kevin Spacey che dopo il trapianto di fegato è diventato una checca isterica tromba-stagisti.

Una stagione accettabile, al livello della quarta, con una trama sempre troppo incasinata e un finale decente. Quello che invece è indecente è che una serie prodotta da Netflix io la debba scaricare perché Netflix l’ha venduta a Sky, e con i soldi non c’ha comprato nemmeno due posacenere nuovi per l’allestimento della Casa Bianca, mantenendo così viva la sfida tra House of CardsDogville sul piano della taccagneria scenografica.

 

Advertisements