Frantz (François Ozon, 2016)

Voto: 7+.

Dopo la prima guerra mondiale, un soldato francese si reca in visita alla tomba di un soldato tedesco che si chiamava Frantz. La moglie biondina di Frantz si chiede chi sia il visitatore, e lui le dice che era un amico di Frantz, e si fa invitare a casa. Di fronte alla famiglia del morto, il francese fa delle allusioni che ci fanno supporre che lui e Frantz, prima della guerra, fossero una coppia gay. Ma in realtà il francese gioca la carta dell’omosessualità solo perché crede che con questa strategia riuscirà a pomiciare con la moglie di Frantz.

Il film alterna scene a colori a scene in bianco e nero. Le prime, rare, dipingono i momenti sereni. Le seconde, dominanti, tratteggiano la malinconia che domina il dopoguerra. In questa alternanza, un tema/messaggio rimane dominante: la menzogna narrativa come placebo, e la verità come cura. Il soldato francese racconta storie inventate alla famiglia di Frantz per alleviare il loro dolore, e lo stesso fa la moglie di Frantz con i suoi suoceri quando scopre che il francese non è gay, ma è andato a casa loro per un altro motivo. Tutti mentono, sempre, a fin di bene (la menzogna come placebo). Ma è soltanto affrontando le molteplici verità che si svelano durante il film che la vedova di Franz guarisce (la verità come cura), e inizia a darsi da fare per imbroccare qualcun altro, che ancora è una bella sposina.

Un film che, con il pretesto di parlare della guerra di Piero — ovvero la tragica specularità tra soldati ai lati opposti del fronte — parla invece di un tema molto più prosaico, ovvero “chiodo sc(hi)accia chiodo”. Da vedere perché Ozon, nonostante sia francese, riesce a fare di tutto, anche un film (quasi) tedesco — che parla di universali, non solo di individualità particolari — come questo qui.

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