Paterson (Jim Jarmush, 2016)

Voto: 7.

Paterson è un autista di autobus che abita nella città di Paterson. Come hobby scrive poesie, ha una fidanzata casalinga che vuole diventare cantante country, e la sua giornata si ripete più o meno uguale per tutto il film. Le uniche varianti sono rappresentate da qualche incontro con wannabe-artisti della provincia americana, tipo un rapper che fa le prove nella lavanderia a gettoni, una bimbetta che scrive poesie, e un giapponese che scrive poesie, manco fosse un’epidemia innescata dai terroristi del liceo classico.

Il film sembra parlare delle velleità artistiche di chi viene dalla piccola città, bastardo posto (cit.). In realtà è un tentativo, riuscito, di tradurre la poesia in pellicola. La ripetizione, e la giustapposizione di elementi decorativi — e.g., l’omonimia tra Paterson e la città; la continua presenza di gemelli nella scena — non sono altro che la grammatica di un linguaggio poetico, più che narrativo. Non parliamo ovviamente di poesia stile Cinque Maggio, ma della poesia delle piccole cose, stile Haiku. E quindi scriviamo l’Haiku che rappresenta il film, infilandoci dentro anche uno SPOILER:

Paterson scrive,
il cane mangia le poesie,
ed è già lunedì.

Un film da vedere perché, anche se non vi garba la poesia, gli Haiku si digeriscono veloce, e si fa sempre bella figura ad aver visto un film artistico invece che i soliti film di spari.

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