The House That Jack Built – La casa di Jack (Lars von Trier, 2019)

Voto: 7++.

Uma Thurman ha una ruota forata e il cric rotto*. Ferma Matt Dillon (Jack), che sta passando di lì, e gli chiede di accompagnarla dal meccanico. Jack le fa capire che non è aria, ma lei insiste e si comporta in modo talmente molesto che lui alla fine le dà il cric sui denti e la ammazza. Jack scopre così che può risolvere i suoi problemi con le donne facendole fuori, e diventa un serial killer. Ah, nel frattempo sta costruendo una casa da solo senza l’aiuto dei muratori, la casa di Jack.

(***SPOILER***) (Sì lo so, questa è lunga, ma non ce l’ho fatta a scorciarla).

Dal punto di vista letterale, il film racconta il tentativo di costruire una casa con il materiale sbagliato, ovvero il legno, e la successiva scoperta che in realtà il materiale giusto erano i cadaveri (il film si chiude infatti con una capanna di carcasse). Sul piano metaforico la faccenda è più articolata. Spieghiamo. 

This is the House that Jack Built è il titolo di una filastrocca inglese** (qui) che funziona per accumulo tipo Alla Fiera dell’Est di Branduardi. L’accumulo (di cadaveri) è anche la forma narrativa scelta per raccontare la storia di Jack. Ogni capitolo ci parla di un omicidio, come in Nymphomaniac (qui e qui) ogni capitolo era dedicato a una o più ingroppate. Anche in questo film abbiamo la voce fuori campo e le interruzioni didascaliche che, con spirito giocherellone alla Wes Anderson del male, ci spiegano la filosofia del killer: Jack si crede un artista, che compone (costruisce) le proprie opere con la (le) morte, invece che con l’amore. Lui ci prova a costruire pianificando amorevolmente, ma poi finisce per essere assorbito dal malessere delle proprie emozioni, e ammazza le femmine, perché uccidere è l’unica cosa che lo placa. È quella la sua natura, e l’accumulo di cadaveri è l’unica reazione cosmetica di fronte al caos interiore, che ineluttabilmente regna, come disse la volpe di Antichrist (qui). Fissare la vita, componendo i cadaveri prima in foto, poi congelandoli, e infine usandoli come materiale costruttivo è il solo modo di mettere ordine nel dinamismo insopportabile del reale.

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Tramite la voce di Jack, Lars von Trier ci parla del proprio cinema. Anch’esso è dominato dall’interesse per il male, e dallo sforzo fallimentare di sistemare il bordello dell’esistente generato prevalentemente dalle femmine. È per la mania compulsiva dell’odine, condivisa tra l’altro con Jack, che Lars suddivide i film in capitoli, mostra grafici esplicativi, tenta di semplificare, riduce all’essenza (vedi, e.g., Dogville). Ma poi il caos lo sovrasta, e finisce tutto in caciara come nei finali pessimi di Melancholia e (ancora) Nymphomaniac. Per sottolineare che sta parlando di sé, ci fa addirittura vedere degli spezzoni dei suoi film come esempi di arte luciferina, abbinati a video dell’olocausto e altre cose brutte. Il riferimento è in parte alla poetica grossolana dei Mondo Movie (documentari violenti, qui la rassegna), e in parte al cinema marcio d’autore, tipo il suo. Una patetica rivendicazione del proprio ruolo di anticristo della cinepresa? Senz’altro. Un’opera di onanismo manierista? Indubbiamente. Ma una rivendicazione e un onanismo giusti. Un passo avanti, soprattutto, perché in questo film riesce davvero a raggiungere una qualche forma di ordine, se non altro dandoci un finale come cristo (satana) comanda.

La sequenza conclusiva è una confessione di superbia e inadeguatezza insieme, con conseguente ironia che nasce dal contrasto. Jack/Lars indossa un mantello rosso tipo Dante (superbia), e viene accompagnato da Virgilio in visita ad un inferno che richiama quello del Faust di Sokurov (superbia a strafottere). Jack/Lars vorrebbe uscire da lì, però non gliela fa, e precipita nel fiume di lava (inadeguatezza). Il film si chiude sulle note saltellanti di Hit the Road Jack (ironia).

Allo stesso modo, Lars von Trier non riesce ad uscire dal suo inferno, e quindi non può far altro che continuare a raccontarci il lato oscuro della luce, mettendo in scena la sua commedia con quell’ironia macabra da depresso misogino che noi apprezziamo (a tratti).

Una tutt’altro-che-divina commedia, divertente e inquietante, da vedere perché Lars von Trier è prolisso, narcisista, misogino, nazista, negro, ebreo, comunista, ma quando crei una scena come quella in cui Matt Dillon ammazza una donna e i suoi figli durante un pic-nic come fosse ad un safari, a noi non ce ne frega nulla di chi/cosa è Lar von Trier, ci interessa soltanto The House that Lars Built.

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* Il film gioca molto sul termine jack. Cric in Inglese si dice jack, ed è da quel cric che parte tutto; il protagonista è Jack; Jack è anche Jack lo squartatore, eccetera.

** È anche il titolo di una canzone dei Metallica, sotto.

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